“La parola cura si lega per me alla pratica e alla bellezza dell’avere a cuore.
Avere a cuore qualcuno significa riconoscerlo come prezioso e delicato allo stesso tempo, frangibile e quindi bisognoso di attenzione così che non si rompa e, se già si fosse spezzato, significa ancor più tenerlo vicino al cuore affinché possa trovare conforto e sollievo per riprendere poi al meglio la sua esistenza, per quanto ferita.
Non sempre la cura può riparare coloro che si sono feriti, forse quasi mai può riportare chi soffre alla condizione precedente la ferita subita. Ma sempre la cura può essere una pratica che crea la condizione adatta e migliore affinché chi soffre trovi culla, conforto, vicinanza, abbia una sosta protetta ma non soffocante in cui rigenerarsi e trovare la via per una nuova nascita, in cui apprendere come fare i conti con la propria vulnerabilità, che per la prima volta o di nuovo si è svelata come condizione inevitabile dell’umano”.
questo è l’inizio di un articolo scritto per la rivista Gate dell’ Unione Buddista Italiana
a questo link puoi leggerlo per intero
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