Come parlare di malattia e morte con i bambini

  • Parlare di morte e malattia con i bambini

Spesso quando un genitore, un nonno, un familiare o un insegnante si ammala o, peggio, muore, non sappiamo come comportarci con i bambini e cosa dire loro.

Un compito importantissimo e delicato

Cerchiamo di evitargli il dolore, ma così li lasciamo soli e smarriti a sentire emozioni forti che non riconoscono e per le quali non hanno qualcuno vicino per parlare, per piangere, per essere rassicurati che tutto questo dolore non distruggerà l’intero loro mondo. Anche se sembra impossibile, quella sofferenza a volte atroce passerà, ma non sarà così se saranno soli e smarriti. Il rischio è che la congelino, evitino quella sofferenza che brucia e poi salti fuori anni dopo, creando il caos. Perché dopo non te l’aspetti, perché salta fuori in forma di paura, panico o in modi che spesso fatichi a riconoscere come sofferenza antica che si manifesta.

Ascolta la traccia audio di una parte della formazione tenuta su questo tema a degli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria.

La morte è taciuta, ma è ovunque

Una proposta che dia occasione di riflessione culturale e sociale, non può non passare attraverso una riflessione, che qui è solo un accenno, sulla pedagogia che serve perché la morte possa essere nominata e guardata, presa in carico nella sua dimensione fondamentale di occasione di trasformazione e apertura alla trascendenza. La morte è vero che è taciuta ma, sappiamo, è ovunque: i bambini e i ragazzi sono esposti costantemente ai telegiornali, ai film, ai giochi elettronici, ai cartoni animati in cui la morte è esibita, presente costantemente e senza sconti, ma nelle accezioni per cui o riguarda solo gli altri, o è magicamente, sempre, reversibile. I bambini restano affascinati e colpiti allo stesso tempo da certe immagini, ma raramente hanno modo di commentarle o fare domande agli adulti.

Cercare un senso

Il movimento cui spesso i ragazzi sono esposti è quello della libera fruizione di immagini terrificanti o di narrazioni che cerchino di scuoterli – quindi due situazioni in cui loro sono fruitori passivi e inermi – oppure situazioni di morti o crisi reali che vivono in famiglia o a scuola, dove spesso il messaggio implicito è quello che invita a non parlarne, a fare finta di niente, a tacere, a mentire, a non piangere. Tutto compiuto in nome della difesa e della protezione del bambino da emozioni negative che si cerca di rimuovere, non solo dalla vita del bambino stesso, ma dalla vita di ciascuno. Questo crea condizioni per cui spesso il bambini e i ragazzi, si trovano a doversi anestetizzare verso le angosce che eventi e immagini suggeriscono, e a non apprendere comportamenti e linguaggi che consentano invece una condivisione, una comprensione maggiore di ciò che accade, un inquadramento di senso che sarebbero necessari e che permetterebbero di sentirsi, almeno in parte, rassicurati.